Chi vi parla oggi, 25 novembre 2015, è il vostro Stefano, reduce, ahimè, come tutti voi, a prescindere da dove siate nel mondo, da un paio di settimane di notizie di cui avremmo tutti fatto volentieri a meno…
ISIS: la linea sottile tra tolleranza e repressione
Durante questa surreale settimana di commenti e di reazioni a quello che, a tutti gli effetti, è stato l’11 settembre europeo, si è sentito, in Italia, così come in America, tutto e il contrario di tutto.
Anche la riflessione, senz’altro giusta, che la vita umana ha lo stesso valore dappertutto, e che alle vittime del terrorismo non si può applicare la regola dei “due pesi, due misure.”
Il suo corollario però, che si è anche sentito spesso, risulta, secondo me, pericolosamente relativista.
In molti, infatti, hanno detto che le stesse manifestazioni pubbliche di cordoglio e di condanna, andrebbero estese alle vittime del terrorismo di Beirut, (una bomba il giorno prima dell’attento di Parigi, Sharm-El-Sheik, in Egitto), (l’aereo russo delle vacanze probabilmente abbattuto in volo sul Sinai) e Bamako (la capitale del Mali dove i jihadisti hanno assaltato l’hotel Radisson, pieno di occidentali e non solo). E sto solo citando gli attentati più recenti.
Qualcuno in Italia, addirittura, sulla base di questa argomentazione, si è dissociato dalle cerimonie pubbliche; come le 4 studentesse musulmane di Varese che durante il minuto di silenzio dedicato alle 130 vittime del venerdì 13 parigino, si sono allontanate, per protesta dall’aula.
Giubileo ad alto rischio
E il “giubileo della misericordia”, iniziato l’8 dicembre, con le sue folle di pellegrini da tutto il mondo radunati a migliaia intorno ai luoghi sacri, offre su un piatto d’argento ai male intenzionati l’occasione di tradurre le intenzioni in fatti – o meglio, misfatti!
Sì, perché, tanto per cominciare, questo anno santo “fuori stagione” (di solito cade ogni 25 anni e l’ultimo era stato nel 2000) è stato istituito all’ultimo momento da papa Francesco e, per giunta, anche un po’ “a sorpresa”: sembra infatti, almeno secondo fonti vaticane bene informate, che sia stata un scelta quasi, se non del tutto, esclusiva di Jorge Mario Bergoglio.
Il fatto che anche in questo caso il Pontefice abbia fatto, come si suol dire, di testa sua, è in linea con lo stile a cui ormai ci ha abituati – a cominciare dalla vita personale, come la rinuncia all’appartamento papale fino alle prese di posizi
Thanksgiving: se lo shopping rovina il tacchino
Io che vegetariano non sono, anzi tutt’altro, ho sempre amato questa festa americana, la più americana di tutte, più del 4 luglio, anche perché in teoria, e secondo la leggenda sarebbe incominciata molto prima del 1776.
La amo, e l’ho sempre amata, perché, tanto per cominciare, è una festa vera, e non una di quelle fittizie, piazzate strategicamente, e artificialmente di lunedì per farsi il weekend lungo, che poi alla fine spesso serve solo per andare a comprare macchine o materassi in offerta speciale.
Anche il Thanksgiving, o giorno del ringraziamento, come si traduce in Italia, é un weekend lungo, lunghissimo, con ben tre giorni dopo la festa vera e propria, per “digerirla” non solo in senso alimentare e godersela appieno. Naturale tuttavia perché “il giorno del santo” per dirla all’italiana è, per definizione, un giovedì.
E poi in realtà il santo non c’è: dunque a differe