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Un quadro di Jean-Michel Basquiat al centro di un mistero romano

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Ogni volta che mi capita di leggere, su un giornale o una rivista, una notizia che riguarda un’opera d’arte contesa nell’ambito di un divorzio, o un’eredità, vengo assalita da una curiosità un po’ morbosa. Che cosa direbbe l’autore, o l’autrice, dell’opera in questione, se sapesse che la sua creazione si trova al centro di una triste spirale di conflitto e cupidigia? Situazioni spesso molto squallide, lontane anni luce dall’energia pura del processo creativo.

In questi giorni, protagonista, in Italia, di un acceso scontro — oggetto del desiderio di ben tre persone: due ex coniugi e l’ex avvocato di lui — è un dipinto del pittore neoespressionista statunitense Jean-Michel Basquiat. L’opera, un grande acrilico su tela dal nome esotico, Wine of Babylon, è una festa di colori — rosso, ocra, verde oliva chiaro, rosa e celeste —, movimento e personaggi.

A dire il vero, l’attuale polemica è solo

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