Giulio Regeni, un mistero insoluto
Sono passati tre anni dalla scomparsa di Giulio Regeni. Tre anni di silenzi e misteri. Depistaggi e false verità. La verità, quella vera, probabilmente non emergerà mai.
Quando scomparve al Cairo, il 25 gennaio del 2016 —giorno del quinto anniversario della rivolta popolare di piazza Tahrir— Giulio Regeni aveva da poco compiuto 28 anni e stava completando un dottorato all’Università di Cambridge. Da qualche mese, si trovava in Egitto per svolgere delle ricerche sui sindacati indipendenti, molto critici verso il governo del generale al-Sisi.
La sera del 25 gennaio, Giulio esce dall’appartamento dove vive, nel centrale quartiere di Dokki, diretto alla fermata della metropolitana Naguib, dove l’attende un amico. Alle 19:41, invia un messaggio con il cellulare alla sua ragazza, poi il silenzio. Di lui non si sa più nulla. Nulla fino al 3 febbraio, quando il suo corpo viene ritrovato sul ciglio dell’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria.
Movimento 5 Stelle: Di Battista torna in Italia, nel ruolo di opinionista
Dopo un viaggio di sette mesi in America centrale —una lunga avventura che l’ha visto percorrere “16.718 km in bus”— Alessandro Di Battista, volto noto del Movimento 5 Stelle, lo scorso 23 dicembre è tornato in Italia. Dato il suo costante attivismo sulle reti sociali, nelle scorse settimane varie voci avevano insinuato che il ritorno sulla scena di un personaggio come Di Battista potesse rappresentare una minaccia per la leadership del capo ufficiale del Movimento, Luigi Di Maio.
Voci che Di Battista, almeno per ora, ha messo abilmente a tacere. Nonostante sia stato deputato alla Camera dal marzo 2013 al marzo 2018, Dibba —come lo chiamano gli amici— dice di non ambire, attualmente, a una carica politica. Per il momento, dice, si sente più che soddisfatto nel suo nuovo ruolo di scrittore di reportage, documentarista e… viaggiatore.
E il rapporto con Luigi Di Maio? Nessuna rivalità, ci ra
Immigrazione, tra chiasso mediatico e silenziosa realtà
Circa 400 stranieri, per lo più nordafricani e romeni, costretti a lavorare nei campi, raccogliendo frutta e verdura per 10, a volte 12 ore al giorno. Per pochi euro all’ora e senza alcun diritto. Una rete di sfruttamento gestita da una società cooperativa con sede in provincia di Latina, nel Lazio. O meglio: una cooperativa fittizia, creata per occultare un’attività di caporalato, tanto spietata quanto efficiente.
L’indagine è durata un anno e mezzo. Poi, finalmente, lo scorso 18 gennaio, la svolta. La squadra mobile di Latina, in coordinamento con il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, ha arrestato i componenti dell’associazione criminale in questione: sei cittadini italiani, tutti accusati di violazione della legge sul caporalato. I crimini di cui dovranno rispondere vanno dallo sfruttamento del lavoro all’estorsione, dal riciclaggio di denaro ai reati tributari. Sorpre
Il prezioso lavoro dei sarti
Il film Phantom Thread, scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, si concentra sul mondo della moda londinese degli anni ‘50 e sulla relazione tra lo stilista Reynolds Woodcock, impeccabilmente interpretato da Daniel Day-Lewis, e la sua modella preferita, musa e compagna di vita, Alma. Ma il film si sofferma anche su un altro aspetto, fondamentale e spesso dimenticato, dell’industria della moda: il lavoro delle sarte. Le infinite ore di pazienza, perizia e arte che danno vita ai meravigliosi capolavori immaginati dagli stilisti.
È proprio questo aspetto dell’opera di Anderson che mi è venuto in mente, lo scorso giovedì 24 gennaio, mentre leggevo un articolo sul sito di D, la rivista dedicata a moda e cultura che ogni sabato il quotidiano Repubblica offre in allegato. L’articolo si soffermava sulla collezione haute couture primavera/estate 2019 di Valentino, presentata la settimana scors
Grecia, i beni archeologici non sono in vendita
Immagino che milioni di persone in Grecia —e non solo in Grecia, a dire il vero, dato l’enorme valore culturale del patrimonio in questione— abbiano tirato un profondo sospiro di sollievo lo scorso 22 gennaio. Quel giorno, il governo di Alexis Tsipras ha annunciato di aver bloccato un provvedimento che avrebbe portato alla privatizzazione di oltre 2.300 siti archeologici nazionali. Gioielli come il Palazzo di Cnosso a Creta, la Torre Bianca di Salonicco e la tomba di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno.
A far cambiare idea al governo, con ogni probabilità, il crescente malcontento popolare. Nei mesi scorsi, scioperi e manifestazioni di protesta avevano visto la partecipazione di importanti esperti d’arte, dipendenti pubblici e semplici cittadini. Tutti accomunati dal timore di vedere i tesori nazionali venduti al miglior acquirente.
Lo scorso 11 ottobre, ad esempio, il Par