Il licenziamento di Tucker Carlson, controverso conduttore di punta di Fox News, ha colto di sorpresa tanto l’opinione pubblica quanto gli addetti ai lavori. Ma il più sorpreso di tutti è stato, forse, lo stesso Carlson.
La mattina del giorno in cui è stata divulgata la notizia, lunedì 24 aprile, Fox News aveva trasmesso, come al solito, la pubblicità del Tucker Carlson Tonight. Anche nell’ultima puntata andata in onda, il venerdì precedente, Carlson aveva salutato il suo pubblico senza proclami di addio.
Il fatto che un conduttore non abbia potuto congedarsi davanti alle telecamere rivela, tra le righe, una separazione tutt’altro che amichevole. Carlson stesso ha in seguito rilasciato, attraverso i suoi account social, un video dove ha parlato della situazione politica del paese, senza dare la propria versione dell’accaduto.
Cosa è successo, dunque? Difficile che la decisione sia dipesa
Qualunque cosa pensiate della monarchia, vedere l’incoronazione di un re non è certo uno di quegli eventi che capitano tutti i giorni. Perciò la sontuosa cerimonia di sabato 6 maggio, che ha visto salire ufficialmente al trono Carlo III, passerà alla storia per tanti motivi. Su tutti, per essere stata la prima incoronazione di un monarca britannico cui hanno partecipato rappresentanti di religioni non cristiane. Le ferree liturgie britanniche, infatti, sono da secoli radicate nella tradizione anglicana. Lo stesso inno nazionale, del resto, è cambiato: se prima chiedeva a dio di salvare la regina, ora recita: “dio salvi il re”.
Parlando di regine, quella della madre Elisabetta II è sicuramente un’eredità pesante per il nuovo re. La defunta regina è stata un vero pilastro nella storia del Regno Unito: al pari di Winston Churchill, lo statista che ha guidato il paese durante la seconda guerr
In Italia, la ‘Festa dei lavoratori’ vede, ogni primo maggio, manifestazioni di protesta nelle principali città italiane, dove si chiedono più diritti e più tutele. L’iniziativa più importante è però quella che si tiene a Roma.
Dal 1990, le principali sigle sindacali del Paese — CGIL, CISL e UIL — organizzano nella capitale un importante concerto gratuito, che dal pomeriggio alla notte del primo maggio si svolge in piazza San Giovanni. Ogni anno, centinaia di migliaia di persone si radunano per l’occasione, per una manifestazione trasmessa in diretta dalla Rai, il servizio pubblico televisivo italiano.
Alle esibizioni si alternano monologhi su temi di attualità, che vanno a sovrapporsi al tema centrale dell’evento: quello del lavoro. Quest’anno, per esempio, si è parlato di parità di genere, di guerra e immigrazione. Nei decenni, sul palco di piazza San Giovanni, hanno sfilato musicisti de
Si vis pacem, para bellum, dicevano gli antichi romani. Se vuoi la pace, prepara la guerra. Molti e molti secoli dopo, quel motto non sembra però adattarsi facilmente agli italiani.
Fin dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, avviata per volere del Cremlino nel febbraio dello scorso anno, l’opinione pubblica italiana ha forti perplessità sull’opportunità di inviare armi a Kiev per resistere all’aggressione russa. Secondo gli ultimi sondaggi di opinione, i contrari all’invio sono il 48%, mentre solo il 38% è favorevole.
Chi è contrario di solito fa appello alla tradizione pacifista italiana, molto radicata in particolare nel campo progressista. In altri casi, prevale la paura che, alimentando il conflitto, si favorisca un’escalation nucleare. Bisogna inoltre considerare quei settori di opinione pubblica critici verso gli Stati Uniti o la NATO, anche sulla scia di conflitti
Nanni Moretti è tra i più importanti registi italiani viventi. Tuttavia, a differenza di colleghi come Paolo Sorrentino o Gabriele Muccino, la sua fama non ha mai attecchito oltreoceano, fermandosi all’Europa.
In bilico tra rigore estetico, nevrosi personali e tensioni politiche, fortemente uguale a se stesso nel tempo, Nanni Moretti è tornato nei cinema con un nuovo film, Il sol dell’avvenire.
Già il titolo, che richiama il verso di una canzone della Resistenza, lascia presagire una forte connotazione politica. Al centro della trama, c’è infatti un regista di nome Giovanni, interpretato dallo stesso Moretti, che lavora a un film ambientato a Roma nel 1956. È l’anno in cui nell’Ungheria comunista scoppia la rivoluzione, presto repressa dall’esercito sovietico.
In questo ‘film dentro al film’, una coppia di comunisti italiani affronta una crisi matrimoniale, in parallelo a quella geopoliti