Non c’è pace, a Brasilia, per i bei palazzi disegnati da Oscar Niemeyer. Costruite tra il 1956 ed il 1960, quelle algide strutture danzanti, bianche meraviglie di un’utopia fatta realtà, hanno dovuto sopportare i lunghi anni della dittatura militare. Ora, una nuova ferita.
Domenica 8 gennaio, il Parlamento, la Corte suprema e il Palácio do Planalto, sede ufficiale della presidenza della Repubblica, sono stati invasi dall’onda giallo-verde del bolsonarismo. Una folla esaltata che, più che da un progetto politico, sembrava animata dal desiderio di rompere ogni cosa trovasse sul suo cammino.
Il parallelo non è sfuggito a nessuno. Per caos e furia vandalica, la dinamica dell’assalto ricorda, in modo tristemente ridicolo, le violenze che hanno avuto luogo a Washington, il 6 gennaio 2021. “La Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, diceva Karl Marx, svi
La ribellione è durata quattro giorni, e ha sconvolto aspettative ed equilibri consolidati nel tempo. A Washington, la settimana scorsa, si eleggeva il nuovo speaker of the House, il nuovo presidente della Camera dei rappresentanti. Ma la candidatura del repubblicano Kevin McCarthy — il favorito, sostenuto dalla maggioranza del suo partito — è stata osteggiata da un agguerrito gruppo di parlamentari ultraconservatori vicini a Donald Trump.
Quattro giorni, dicevamo. Quindici sessioni di voto. In un breve video pubblicato su Twitter lo scorso 7 gennaio dalla rete televisiva C-SPAN, vediamo un momento — teso, drammatico — della quattordicesima votazione. Kevin McCarthy cammina spedito tra i seggi. Scuro in volto, si ferma in corrispondenza della fila dove siede Matt Gaetz, suo ferreo oppositore. I due scambiano qualche parola. McCarthy, pur al colmo dell’esasperazione, evidentemente spera d
La mattina del 10 marzo 1914, Mary Richardson, figura di spicco del movimento delle suffragette britannico, entrò nella National Gallery di Londra con un coltello nascosto nella manica del soprabito.
Mary, che aveva un passato da studentessa d’arte, vagò per le sale del museo per circa due ore, tra un quadro e l’altro, improvvisando qualche schizzo. Poi, si avvicinò al suo obiettivo: la Venere Rokeby, uno dei dipinti più ammirati del prestigioso museo. Quel giorno, il quadro — un olio su tela realizzato attorno al 1650 dal pittore sivigliano Diego Velázquez, genio del barocco spagnolo — era protetto dallo sguardo vigile di due agenti di polizia e un custode.
Ad un certo punto, uno degli agenti si allontanò dalla sala, mentre l’altro si immerse nella lettura di un giornale. Era il momento di agire. Mary estrasse il suo coltello e si avventò sull’opera. Gli squarci che produsse sulla tela
Già teatro delle Olimpiadi invernali nel 1956, lo sarà nuovamente, insieme a Milano, nel 2026. Meta del turismo internazionale di lusso sin dall’epoca della monarchia asburgica, Cortina d’Ampezzo, normalmente, conta meno di 6.000 abitanti. In alta stagione, tuttavia, quando la densità demografica è alle stelle, la popolazione della “Regina delle Dolomiti” si moltiplica per dieci.
Quello di Cortina è un fascino antico, e magnetico. Ne parlarono Ernest Hemingway, che le dedicò spazio nel libro autobiografico Festa mobile, e Aldous Huxley, che la ricordò nel suo saggio Le porte della percezione, racconto e analisi di un’esplorazione psichedelica. Cortina appare pure, e con un ruolo di rilievo, in una gemma degli anni Sessanta: il romanzo La ragazza di nome Giulio, di Milena Milani, artista eclettica.
Il magnetismo di Cortina non risparmia nemmeno la classe politica italiana. Tanto che i poli
Qualche anno fa, molti, nel mondo della danza, si chiedevano se il ballerino ucraino Sergei Polunin, nato a Cherson nel 1989, sarebbe potuto diventare “il nuovo Nureyev”. I salti, i volteggi, la fluida armonia di ogni movimento. I paragoni con il celebre danzatore e coreografo russo, stella del Novecento, di fatto, sembravano inevitabili. Le doti atletiche, il talento artistico, il carisma, la spinta ribelle.
Il documentario Dancer racconta bene la storia di Polunin. Gli anni dell’infanzia nella povertà di Cherson. Il rigore degli allenamenti all’accademia di ginnastica artistica, la passione precoce per la danza. Il trasferimento a Kiev con la madre, mentre il padre emigra in Portogallo per sostenere economicamente la famiglia. Nel 2003, la svolta: l’ingresso alla British Royal Ballet School, grazie a una borsa di studio.
Nel 2010, a diciannove anni, Polunin diventa il primo ballerino de