Francia, il Front National di Marine Le Pen cambia nome… nome nuovo, vita nuova?
“Il nome ‘Front National’ ha una storia epica e gloriosa, che non vogliamo negare. Ma per molti francesi, anche a livello inconsapevole, rappresenta un freno psicologico” ha detto Marine Le Pen a Lille, domenica 11 marzo, alla platea del 16° congresso del Fronte Nazionale, il partito di estrema destra fondato nel ‘72 da suo padre. Un congresso che l’ha riconfermata presidente e che, allo stesso tempo, ha estromesso definitivamente lo storico fondatore del partito, Jean-Marie Le Pen, privandolo del ruolo di presidente onorario.
Ora, per sottolineare ancor di più la frattura tra il passato e il futuro, Marine Le Pen propone un cambio lessicale. Presto, il nome ‘Front National’ finirà nel cassetto per far posto a una nuova denominazione, Rassemblement National, un nome che vuole evocare il concetto di unione. La svolta, in realtà, era già nell’aria da tempo, ma il nuovo nome era, fino alla scorsa domenica, rimasto segreto.
Elezioni legislative in Italia: una realtà, due letture
Lunedì 5 marzo, i media italiani pubblicavano un vortice di commenti, analisi e previsioni, nel faticoso tentativo di tracciare il profilo del nuovo panorama politico del paese. A monopolizzare l’attenzione collettiva, due elementi. In primo luogo, un dato di fatto: nessuna formazione politica --né come partito né come coalizione-- aveva superato l’ambita soglia del 40% dei voti, indispensabile per governare il paese. “Chi riceverà l’incarico di formare il nuovo governo?”, si chiedevano esperti e lettori. Matteo Salvini, segretario federale della Lega, il partito più votato nella coalizione del centrodestra? O Luigi Di Maio, il giovane leader del Movimento 5 Stelle che, superando il 32% dei voti, era diventato il primo partito d’Italia? Sulle pagine dei giornali, l’Italia era un paese spaccato a metà. Una mappa bicolore. Il blu del centrodestra dominava al Nord, mentre al Sud e nelle iso
Movimento 5 Stelle, l’effetto boomerang dello snobismo dei media
Nei giorni scorsi, diversi giornali italiani hanno pubblicato una notizia oggettivamente deprimente. A partire dalla mattina di lunedì 5 marzo, raccontavano che, davanti alle porte di numerosi centri per l’impiego, soprattutto nell’Italia del Sud, si erano formate delle lunghe file. Persone che, in seguito al trionfo elettorale del Movimento 5 Stelle, si rivolgevano ai funzionari della pubblica amministrazione con una richiesta ben precisa: volevano i moduli per il ‘reddito di cittadinanza’, una delle principali promesse elettorali del movimento.
“A chi cerca di passare all’incasso, cortesi funzionari spiegano la differenza tra una promessa elettorale e una legge dello Stato. (…) Può darsi che abbiano ragione i richiedenti. E che sia già passata una riforma istituzionale a soluzione istantanea, per cui il partito che arriva primo alle elezioni forma il governo la notte stessa del voto, se
Calcio e politica, Mario Balotelli contro Toni Iwobi
Imprenditore informatico, 62 anni, origini nigeriane e passaporto italiano. È arrivato in Italia nel ‘76 con un visto da studente, e vive in un paese della provincia di Bergamo, dove ha sede la sua azienda. Da 24 anni, è iscritto alla Lega e, come dice lui, è “orgoglioso di esserlo, di appartenere a questa grande famiglia”. Un’appartenenza vissuta fino in fondo, dato che, qualche anno fa, è stato scelto da Matteo Salvini per il ruolo di coordinatore per la sicurezza e l’immigrazione. Vi parlo di Toni Iwobi, l’uomo che, dopo essere stato eletto, lo scorso 4 marzo, nel collegio proporzionale della Lombardia, sarà il primo senatore nero nella storia d’Italia. Sì, proprio così. Il primo senatore di colore nella storia della Repubblica italiana è stato eletto con la Lega, un partito che molti accusano di razzismo e xenofobia.
Di fatto, la notizia dell’elezione del signor Iwobi ha riscosso molt
Emoji e comunicazione politica
Alle elezioni parlamentari dello scorso 4 marzo, Marco Minniti, ministro dell’Interno nel governo di centrosinistra guidato dal premier uscente Paolo Gentiloni, si era presentato come candidato alla Camera nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, nella regione delle Marche. Una regione che, storicamente, insieme alla Toscana, all’Emilia-Romagna e all’Umbria, è sempre stata un feudo sicuro dei partiti dell’area della sinistra. Eppure, domenica scorsa, a Pesaro, Minniti ha subito una cocente sconfitta. Tutto questo, nonostante la sua popolarità personale e una campagna elettorale ben congegnata, con tanto di cene con gli elettori nei ristoranti della zona, tra pizze, selfie e applausi.
Tutto inutile, a quanto pare. Nel confronto elettorale, Minniti è arrivato soltanto terzo, con il 27,89% dei voti. Il vincitore è stato Andrea Cecconi, un esponente del Movimento 5 Stelle, con il 34,8% d