L’epoca in cui ci si spostava nelle grandi città armati di mappe cartacee e molta pazienza, provando a farsi capire dagli abitanti locali è ormai passata da un pezzo. Oggi, infatti, è più facile vedere turisti intenti a fissare il cellulare, mentre consultano le traiettorie tracciate da Google Maps. Certo, mappe e guide cartacee non sono completamente sparite. Ma il nostro rapporto con la necessità di orientarci è ormai dominato e mediato dalla tecnologia, in particolare negli spazi urbani.
Questa rivoluzione tecnologica e culturale è iniziata 20 anni fa. L’8 febbraio 2005 a essere precisi, quando Google Maps fu lanciata ufficialmente. Ma la storia alla base di quel lancio inizia un paio di anni prima, nel 2003. Non nella Silicon Valley, patria dei giganti della tecnologia, ma in Australia.
Quell’anno, a Sydney, viene fondata la start-up Where 2 Technologies. Sede del progetto, la camera
István Tiborcz è uno degli uomini più ricchi dell’Ungheria. A certificare questo suo traguardo di recente ci ha pensato anche la rivista Forbes, che ha evidenziato come il 2013 abbia dato impulso alla fortuna commerciale di Tiborcz. Quell’anno, infatti, l’imprenditore e investitore immobiliare sposò Ráhel Orbán, figlia del primo ministro, Viktor Orbán. Da allora il patrimonio di Tiborcz cominciò a crescere a dismisura, grazie anche a cospicui appalti pubblici.
La storia di come quella fortuna sia stata costruita è ora al centro di un documentario, La dinastia. A realizzarlo, è stato Direkt36, un centro di giornalismo investigativo ungherese. Il documentario indaga sulle opacità dietro quell’impero economico, e offre uno sguardo molto utile per capire gli intrecci di potere che hanno reso l’Ungheria un Paese in mano a pochi oligarchi, tutti allineati attorno alla figura centrale di Viktor
Dimenticate le truffe in cui un operatore dall’efficace parlantina si spaccia per dipendente della vostra banca e prova a ottenere con una scusa un trasferimento di soldi. Dall’Italia è arrivata in questi giorni una notizia che segna un vero e proprio cambio di passo nel settore delle truffe telefoniche e telematiche.
I truffatori in questione, infatti, si sono spacciati per funzionari del ministero della Difesa. Almeno in un caso avrebbero persino utilizzato l’intelligenza artificiale per simulare la voce del ministro della Difesa stesso, Guido Crosetto. Le vittime sono eccellenti: nomi illustri dell’imprenditoria italiana, come Giorgio Armani, Massimo Moratti, Marco Tronchetti Provera o Diego Della Valle.
I truffatori facevano chiamate che apparivano come provenienti da Roma, dove ha sede il governo, e chiedevano soldi “per motivi di sicurezza nazionale”. Ad esempio, sfruttando il caso
La storia della mafia siciliana è anche la storia di come è stata raccontata nella cultura popolare. Dal libro Il padrino di Mario Puzo all’omonima saga cinematografica diretta da Francis Ford Coppola, senza dimenticare la fortunata serie di videogame Mafia, il rischio è sempre stato quello di romanticizzare un mondo dominato da sopraffazione, brutalità e cieca obbedienza.
C’è persino il rischio paradossale di offrire un immaginario di riferimento alla stessa criminalità organizzata, e non solo in Sicilia. Lo scrittore Roberto Saviano, per esempio, ha parlato nei suoi libri della villa di un potente boss mafioso ispirata al film Scarface, con tanto di vasca per l’idromassaggio.
Questo problema è sentito in particolare in quei territori dove le organizzazioni criminali sono nate e si sono radicate nel tempo, diventando un modello di potere. Lo sa bene l’associazione siciliana Addiopizzo Tr
Prima del neorealismo, prima di De Sica, Rossellini e Visconti, c’era lei: Elvira Notari. “Il generale”, come veniva chiamata sui set cinematografici di inizio Novecento. Nata a Salerno il 10 febbraio di 150 anni fa, Elvira Notari è stata infatti la prima regista italiana, e una vera e propria pioniera del settore.
I suoi film portavano su pellicola romanzi d’appendice, testi popolari della canzone napoletana o episodi di cronaca. Un approccio realistico e innovativo al cinema, per raccontare storie di passioni e violenza, con personaggi femminili anticonvenzionali, ispirati alla vita dei quartieri popolari. Sul set, tutto era studiato minuziosamente, dai colori dei fotogrammi che dovevano rispecchiare il tono delle scene, alle tecniche di recitazione. Ad esempio, il pianto in scena doveva nascere da una connessione emotiva autentica, e non andava stimolato con prodotti come la glicerina