Qualche giorno fa ho ripreso in mano 1984, il celebre romanzo distopico scritto da George Orwell verso la metà del secolo scorso. Come sappiamo, Orwell, ispirandosi al totalitarismo stalinista, immaginò una società controllata dall’alto in modo ferreo e capillare, manipolata sin nelle pieghe più intime dell’emotività. Nel mondo immaginato da Orwell, il cinismo della propaganda di regime impone la sua verità. Una verità ‘alternativa’, basata sulla logica del paradosso e veicolata da un linguaggio lessicalmente povero, volutamente inadatto allo sviluppo del pensiero critico individuale.
Conosciamo Winston Smith, il protagonista del romanzo, nel primo pomeriggio di una fredda e luminosa giornata di aprile. Winston si infila, attraverso una porta a vetri, nel condominio dove abita. All’interno del suo appartamento, aleggia la voce pastosa del ‘teleschermo’, instancabile occhio e orecchio del
“Titus aveva più o meno sedici anni quando suo padre lo ritrasse in questa tela. Visto dal vero, questo dipinto ci cattura con una forza quasi soprannaturale. Con il suo sguardo intelligente e sensibile, Titus sembra così cosciente, così vivo”, scriveva venerdì 8 gennaio il critico d’arte del Guardian Jonathan Jones, nella rubrica per posta elettronica Art Weekly, riferendosi a un’opera raffigurante il quarto figlio del pittore olandese Rembrandt. Jones ha ragione. Il magnetismo del ritratto di Rembrandt è talmente intenso da trasparire persino in una fotografia. Non oso immaginare che cosa si possa provare alla Wallace Collection di Londra, al cospetto del quadro.
Sempre a Londra, lo scorso 6 gennaio, la Royal Academy of Arts pubblicava sul suo profilo Instagram un messaggio dal tono desolato. “In seguito all’approvazione di un nuovo lockdown, abbiamo preso la difficile decisione di post
Se ne parla ormai da settimane. Il governo Conte, si dice, cammina sul filo del rasoio e il rischio di una crisi sarebbe imminente. Le ipotesi abbondano. Qualcuno tratteggia uno scenario morbido, un semplice rimpasto. Altri lasciano correre la fantasia un po’ di più. Secondo loro, Conte potrebbe dimettersi, per poi ricevere dal Quirinale l’incarico di formare un nuovo governo, il terzo con il suo nome. Altri, poi, immaginano le dimissioni di Conte e l’arrivo a Palazzo Chigi di un nuovo premier. I più creativi, infine, parlano di nuove elezioni.
Una gran varietà di ipotesi, come vediamo. Ma c’è un punto in comune alla radice di questo intricato esercizio mentale collettivo: il ruolo di Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio, oggi senatore e leader di Italia Viva, un partito riformista che si ispira al liberalismo sociale e all’europeismo.
Quella di Italia Viva, uno dei partiti che soste
Per troppo tempo in Argentina, anche a causa dell’intromissione della Chiesa cattolica nella sfera politica, il dibattito sull’aborto si è svolto in chiave meramente morale. Negli ultimi anni, comunque, anche grazie alla crescente consapevolezza sociale delle generazioni più giovani, il dibattito si era spostato verso il territorio — pragmatico e filosofico al tempo stesso — dei diritti civili. Finalmente, dopo anni di retorica e ipocrisia, si parlava di libertà di scelta per le donne, e del loro diritto ad avere accesso a cure mediche di qualità, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.
La recente conquista delle donne argentine mi ha spinto a chiedermi come sia la situazione reale, per quanto riguarda il diritto all’aborto, nel nostro paese.
In Italia, l’interruzione volontaria di gravidanza è stata depenalizzata il 22 maggio 1978, nel quadro della legge 194, approvata da
Quarantasette anni fa, il 2 gennaio 1974, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon firmò una legge volta a stabilire un limite di velocità di 55 miglia orarie —88,5 chilometri all’ora— per la circolazione delle automobili a livello nazionale. Una questione di sicurezza? Sì, ma non solo. Dietro alla scelta di limitare la velocità nelle strade del paese, c’era anche un preciso calcolo economico, determinato dalle tensioni geopolitiche del momento.
Tensioni che avevano avuto inizio nell’ottobre dell’anno prima, con la guerra dello Yom Kippur, avviata da Egitto e Siria contro lo Stato d’Israele. Sull’onda delle ostilità, in quell’occasione, diversi membri dell’OPEC — Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in primis — decisero di aumentare fortemente il prezzo del greggio, al fine di danneggiare le economie dei paesi che si erano schierati dalla parte di Israele nel conflitto.
Era l’inizio