È un fiore coraggioso, la primula. Esuberante. Coincide col declino dell’inverno, col progressivo sciogliersi dell’ultima neve. È il primo fiore, ogni anno, a colorare boschi e prati, in montagna e in collina. Con la sua bellezza impaziente, è, per antonomasia, il simbolo della rinascita primaverile. Della speranza. E, a partire dal prossimo anno, la primula, nel nostro paese, avrà pure un importante ruolo comunicativo. Sarà, infatti, in ogni città d’Italia, il logo della campagna di vaccinazione contro il Covid che il governo intende implementare a partire dall’inizio del prossimo anno.
Lo hanno annunciato il commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, e l’architetto Stefano Boeri. Domenica 13 dicembre, nel corso di una conferenza stampa online, i due professionisti hanno presentato ufficialmente il piano per la campagna vaccinale contro il coronavirus, che sarà
Il logo era perfetto. Un pallone proiettato verso l’alto, come un razzo in volo verso il cielo, lasciava dietro a sé una scia rossa e gialla, i colori del sole. Era l’estate del 1982, e faceva caldo, in Europa, molto caldo, e non solo per ragioni meteorologiche. Quell’anno, in Spagna, un paese che rifioriva energico dopo il ferreo grigiore della dittatura franchista, si giocava la Coppa del Mondo FIFA, la Copa Mundial de Fútbol.
Il pomeriggio del 5 luglio, davanti a 44.000 spettatori, si era giocato a Barcellona l’incontro Italia-Brasile, valido per la semifinale. L’Italia, a dire il vero, era arrivata a fatica all’appuntamento. Di fatto, era stata più volte sul punto di essere eliminata. Ma poi, quel 5 luglio, era successo qualcosa di meraviglioso. L’attaccante toscano Paolo Rossi — un atleta che si era già fatto notare quattro anni prima, in Argentina, guadagnandosi l’appellativo di Pab
Chiudete gli occhi. Vi propongo un piccolo esperimento mentale. Immaginate di avere una macchina del tempo: potete passare un paio d’ore in un luogo, qualunque luogo, in un preciso momento storico del passato. Dove andreste? Mentre ci pensate, vi dico che farei io. Beh, io non ho dubbi: sceglierei la California degli anni Cinquanta, l’epoca del cool jazz. Andrei a San Francisco, al Black Hawk, una notte di primavera…
…Al tassista ho dato l’indirizzo esatto: 200 Hyde Street. È ancora presto, eppure, davanti alla porta c’è un gruppo di persone in attesa. Mi metto in fila, paziente. Finalmente, arriva il mio turno. Il ragazzo che controlla l’accesso alla sala mi saluta con un cenno gentile, apre la porta. Chiacchiere, risate, fumo di sigaretta. Mi faccio strada tra due file di sedie, camminando di lato. Non c’è ancora nessuno sul palco, ma l’attesa è grande, invade la sala come una corrente
Immagino che l’imprenditore Oscar Farinetti, creatore della prestigiosa catena alimentare Eataly, conosca bene il pensiero di Jean Baudrillard. “Viviamo nella società dei consumi”, diceva un paio di settimane fa, durante un programma televisivo, citando il titolo di una delle opere più famose del celebre sociologo francese, teorico del consumo come atto comunicativo.
Io non so che cosa pensi, intimamente, Farinetti del consumismo che nelle società occidentali, da tempo, pervade ogni cosa. Di certo, in pubblico sfoggia un approccio pragmatico e, tutto sommato, molto intelligente. “Il problema non è consumare meno, ma consumare meglio”, dice spesso.
Parole che in questi giorni acquistano un significato speciale. Farinetti, infatti, ha da poco presentato il suo ultimo progetto, Green Pea, un centro commerciale esclusivamente dedicato alla vendita di oggetti e servizi ecosostenibili. Prodotti
L’Italia del secondo dopoguerra — quella del miracolo economico — era un posto allegro, energico, proiettato verso il futuro con una fiducia assoluta e commovente. Ma era anche, immagino, un luogo moralmente angusto, ancora dominato da una forte presenza della Chiesa cattolica, alleata del partito politicamente dominante in Parlamento, la Democrazia Cristiana.
Quell’Italia non piaceva molto a Giorgio Rosa, un ingegnere meccanico bolognese che, negli anni ‘50, decise di costruire un mondo tutto suo, un microuniverso che avrebbe ospitato un’utopia, un progetto di vita libero e alternativo.
C’è un motivo se vi voglio parlare di Giorgio Rosa, ma, prima, vi dirò che non sono una grande amante delle festività natalizie. Di fatto, nel pomeriggio del giorno di Natale, invece di rimanere ore e ore a tavola, inchiodata alla sedia da un pranzo infinito, preferisco andare al cinema, e vedere un bel fi