Con il voto del 25 settembre 2022, quello che ha aperto la porta di Palazzo Chigi a Giorgia Meloni, ha preso il via una nuova stagione parlamentare. Nuova in molti sensi, perché quello che è entrato in funzione nell’autunno di quell’anno è stato un parlamento numericamente ridotto. Un esperimento inedito, figlio di un’ossessione del Movimento 5 Stelle.
Nell’ottobre del 2019, una riforma costituzionale approvata dall’allora parlamento, poi confermata con un referendum nel settembre del 2020, aveva stabilito che la legislatura seguente avrebbe visto Camera e Senato in versione ridotta. I deputati, da 630, diventavano 400, mentre i senatori, da 315, diventavano 200.
Io ho sempre visto questa riforma con scetticismo. L’anima populista della misura, presentata come un modo per risparmiare risorse pubbliche, era evidente. Semplicistica, quasi infantile, la logica alla base: meno parlamentari… me
Mi chiedo se Luca De Fusco immaginasse che la notizia della sua nomina a direttore generale della Fondazione Teatro di Roma avrebbe generato tanto scalpore, tanta rabbia.
La polemica è scoppiata, con forza, la mattina di sabato 20 gennaio. Quel giorno, Francesco Siciliano, presidente del Consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro di Roma — l’organo che amministra quattro importanti teatri della capitale: l’Argentina, il Torlonia, l’India e il Valle — è furioso, e ha convocato una conferenza stampa. Sotto accusa, appunto, la recente nomina del regista teatrale napoletano Luca De Fusco come nuovo direttore generale della fondazione.
De Fusco, uno dei 42 candidati al ruolo, era il nome preferito di Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura del governo Meloni, e di altre figure di spicco della destra al potere.
A far discutere non era il suo profilo professionale — De Fusco, in te
Sul finire dell’anno scorso, trovandomi a passare le vacanze di Natale a Buenos Aires, ho avuto la fortuna di assistere, al Teatro Colón, a una rappresentazione di uno splendido balletto di epoca romantica: El Corsario.
Mi accompagnava, quella sera, Fernanda, un’amica argentina, attrice e docente nel sistema scolastico pubblico. Dopo la rappresentazione, mentre camminavamo lungo la calle Libertad, sul lato orientale di Plaza Lavalle, Fernanda mi indicò un bel palazzo in stile neoclassico, simile a un tempio greco. Sei eleganti statue, quattro colonne ioniche di granito grigio e un timpano sul quale era inciso, in lettere maiuscole, il nome dell’edificio: ESCUELA PRESIDENTE ROCA.
Inaugurato a inizio Novecento, l’edificio, frutto della creatività di due italiani, l’architetto Carlos Morra e lo scultore Giovanni Arduino, fu concepito come un tempio dedicato all’istruzione pubblica. Glorioso
Qualche mese fa, un’amica che studia cinema doveva sostenere un esame di fine corso. “Avremo due ore di tempo per rispondere a tre domande, scelte tra i temi affrontati durante il corso — il cinema espressionista tedesco, il film noir, il Western, e così via —”, mi aveva detto. Mentre lei parlava, io avevo immaginato un colloquio orale. Nella mia mente, vedevo i candidati davanti ai professori… e un vivace flusso di domande e risposte. E invece, no. L’esame in questione, mi aveva poi detto la mia amica, sarebbe stato una prova scritta. Da scrivere a mano. Con la penna a biro… e la carta. Laptop, tablet e telefoni cellulari sarebbero stati banditi dall’aula, per evitare plagi e altri trucchi. Immaginai la scena con un brivido d’inquietudine. Credo di aver persino mosso la mano destra, imitando il gesto della scrittura. Quanti anni erano passati dall’ultima volta che avevo scritto a mano q