Panama Papers, milioni di file segreti raccontano 40 anni di corruzione e affari offshore
Nella serata di domenica 3 aprile è esplosa una tempesta mediatica che nel giro di qualche ora ha conquistato l’attenzione dell’opinione pubblica di tutto il mondo.
A scatenare la tempesta è stata una colossale fuga di notizie che ha travolto il mondo della finanza in uno scandalo clamoroso. La vicenda ruota attorno allo studio legale Mossack Fonseca, con sede a Panama, uno dei più attivi ed ermetici paradisi fiscali del pianeta. Grazie a un informatore, i giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalists hanno avuto accesso a un immenso archivio di documenti riservati: milioni di pagine che rivelano come lo studio legale panamense abbia aiutato un selezionato gruppo di prestigiosi clienti internazionali a eludere i sistemi fiscali dei loro paesi e a riciclare enormi somme di denaro.
Colpo di scena nella battaglia legale tra Apple ed FBI
La notizia si è diffusa qualche giorno fa: la polizia federale degli Stati Uniti ha sbloccato l’iPhone di Syed Farook, l’uomo che, insieme alla moglie, il 2 dicembre scorso ha preso d’assalto un centro per disabili a San Bernardino, in California, uccidendo 14 persone.
Di conseguenza, il dipartimento di Giustizia ha deciso di archiviare il caso legale contro l’azienda, “colpevole” di non aver voluto fornire all’FBI una “backdoor”, ossia una chiave di lettura per aggirare la barriera protettiva del codice crittato dell’iPhone del killer.
“Il governo ha avuto accesso ai dati conservati nell’iPhone di Farook, e quindi non richiede più la collaborazione di Apple”, si legge in un documento diffuso il 28 marzo scorso dal dipartimento di Giustizia statunitense.
Ad assistere le autorità governative sarebbe stata, Cellebrite, una società israeliana che realizza dispositivi per l’analisi
2084, l’anno del nuovo Grande Fratello
Corre l’anno 2084. Gli stati nazionali si sono dissolti ormai da tempo e il mondo è stretto nell’abbraccio di un unico, immenso impero teocratico, l’Abistan. Il nome del vasto impero è un omaggio al profeta Abi, il “delegato”, il rappresentante sulla terra dell’invisibile e onnipotente Yölah.
Nell’impero di Yölah regna l’amnesia collettiva. Non c’è memoria storica. Ogni pensiero personale è bandito e un sistema di monitoraggio elettronico —efficiente e pervasivo— esplora la mente degli abitanti alla ricerca di pensieri eterodossi. Ufficialmente, il popolo di Abistan vive felice, illuminato dalla fede.
Questa, in estrema sintesi, la trama di 2084: La fine del mondo, il nuovo romanzo dello scrittore algerino Boualem Sansal, appena uscito in Italia per Neri Pozza. Il libro, pubblicato per la prima volta in Francia l’estate scorsa, è un chiaro omaggio al capolavoro di Orwell e propone
Ivory Crush al Circo Massimo, un gesto simbolico contro il massacro degli elefanti
Il 31 marzo scorso, a Roma, nella spettacolare cornice del Circo Massimo, si è celebrato il primo “Ivory Crush” italiano. Gioielli, statuette, soprammobili, scacchiere. Zanne intere. Mezza tonnellata di avorio è finita sul nastro trasportatore di uno schiacciasassi. Polverizzata davanti a una folla di spettatori commossi. L’iniziativa —promossa dalla Elephant Action League, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente— si proponeva di sensibilizzare l’opinione pubblica contro il bracconaggio degli elefanti e le lucrose attività dei gruppi criminali che gestiscono il traffico di avorio.
Roma come New York, Parigi, Nairobi, Hong Kong e Manila. Sono moltissime le città che dal 1989 —l’anno in cui venne approvato il primo divieto internazionale contro il commercio dell’avorio— hanno ospitato la cerimonia.
L’Ivory Crush è un progetto concreto e collaborativo che sceglie con cura l